Dj Giorgio Luigi intende portare alla vostra attenzione un testo di Pietro Citati del 1996; il titolo del testo è il titolo del post. Sta a voi intravedere una certa modernità in un testo di 10 anni fa, scritto in una situazione politica differente da quella di oggi, ma forse neanche troppo...
Chi era ragazzo negli anni tra il 1945 e il 1948, vide improvvisamente apparire alla luce una razza che non aveva mai conosciuto: i democristiani. Fino allora, avevano condotto una vita nascosta attorno agli arcivescovadi, le sacrestie, le scuole e le associazioni cattoliche; e sembravano stupefatti di comparire ai raggi del sole. Della loro lunga esistenza segreta conservavano una specie di profumo: quel profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne, che intride gli ambienti ecclesiastici. Anche ora, che dopo tanti anni cerco di fissarne il ricordo, non riesco a riportare alla memoria nessun lineamento preciso. Li confondo tra loro. Avevano dei visi molli e un poco informi, dove non si distinguevano bene i lineamenti: il naso si scioglieva tra le guance, le mascelle non erano mai nette, il colore dei capelli indugiava tra il bruno e il biondiccio, gli occhi erano sbiaditi, sulle labbra errava un sorriso indeciso. Non guardavano negli occhi. Stringevano fiaccamente la mano. E, se cominciavano a parlarti, guardavano da un'altra parte. Non esibivano mai verità perentorie: le loro parole si perdevano in un bisbiglio materno e rassicurante, che ti induceva al sonno e alla fantasticheria.
Confesso (e me ne vergogno) di aver provato da principio qualche resistenza verso di loro. Ma, poi, fu una vera passione: mi pareva che quei volti indecisi e quei bisbigli materni portassero con sé un'aura romanzesca, come conveniva a quegli anni di libertà appena ritrovata. Nei loro gesti e nelle loro parole non c'era nemmeno il più lontano ricordo del linguaggio fascista, che aveva ammorbato per vent'anni tutta la popolazione italiana: come se avessero vissuto miracolosamente intatti nelle loro catacombe odorose d'incenso. Non levavano il mento verso l'alto, non parlavano al popolo dai balconi; non guidavano trattori, non baciavano bambini, non attraversavano di un balzo cerchi di fuoco, non parlavano della patria. E se aprivano bocca, mai, mai si permettevano una di quelle allusioni falliche e viriloidi, che rendono così insopportabile il linguaggio degli esseri umani. D'altra parte, non avevano nulla in comune con i nuovi potenti, che erano appena arrivati dall'Unione Sovietica. Nessuna esibizione di cultura, nessuna apparente ideologia politica, nessuna promessa di benessere universale, nessuna virtù proclamata, né quella mescolanza tra delitto e pedanteria professorale, che rendeva così odiose le figure di Togliatti e dei suoi scolari.
Col 1948, all'improvviso, i democristiani occuparono quasi completamente il potere, come una lenta, ordinata e assorbente marea. Lo amarono e ne approfittarono. Ma, al tempo stesso, si vergognarono del potere, quasi fosse una colpa inespiabile che dovevano nascondere. Ne detestarono i simboli. Preferivano il potere occulto: la ragnatela che si tesse in silenzio, la macchinazione che non lascia tracce, la mano nell'ombra. Lo esercitarono in coro: schiacciando chi di loro cercasse di esercitarlo in prima persona, e possedesse un volto troppo deciso, o si rivolgesse direttamente al popolo. Nessuno doveva distinguere con troppa precisione tra i visi di Forlani e Bisaglia, di Rumor e Colombo - tutte note della stessa pittura. Non avevano nessuna simpatia per la storia, dove invece Mussolini e Togliatti si sedettero con arroganza, come se spettasse loro per diritto. Quelle trombe, quei colonnati di pietra o di gesso, quegli spettacoli, quelle promesse definitive di futuro li infastidivano. Con una specie di beatitudine infantile, pensavano al grembo materno delle catacombe provinciali, dalle quali erano usciti.
Non amavano la forza - la divinità grandiosa e terribile, alla quale gli uomini hanno sempre sacrificato e dalla quale si sono sempre lasciati sacrificare. Né tutto ciò che ricorda la forza: la costruzione, il programma, la decisione, il progetto - quanto la sinistra ha sempre divinizzato. Avevano un'idea passiva della politica. Pensavano inconsciamente che un paese dovesse muoversi per proprio conto: moltitudini si spostavano dal Sud al Nord, le campagne si svuotavano, nascevano industrie; e il loro compito era quello di intervenire il meno possibile, lasciando che tutto accadesse, e assecondando il movimento con una mano molle e paziente. E se qualcuno si levava contro di loro, un istinto profondo li spingeva a non offrire resistenza, ad arretrare o ad abbarbicarsi al terreno. Finché il nemico si estendeva troppo, si spossava, si sfiniva; e allora essi lo avvolgevano, lo penetravano, lo trasformavano a poco a poco in sé stessi, con quell'arte dell'assimilazione nella quale erano maestri. Era il metodo con il quale Kutuzov, in Guerra e pace, sconfigge Napoleone. Come gli imperatori e i mandarini cinesi, sapevano corrompere. Offrivano a un popolo i massimi favori - pensioni a ventenni, assegni di invalidità a sani, parrucchiere gratis alle deputatesse - pensando che la corruzione penetra molto più in profondo di qualsiasi ordine e imposizione.
Avevano due grandi debolezze. La prima era la lingua italiana. Nessuno, nemmeno i peggiori marxisti, parlava e scriveva male come loro. La prosa di Fanfani, di Zaccagnini e di Moro toccò dei vertici disgustosi. Spesso, avevano una cattiva cultura, a cui aggiungevano pessime abitudini di avvocati e di professori. Preferivano non esprimersi mai chiaramente. Volevano che la luce e l'oscurità, il positivo e il negativo, il sì e il no si intrecciassero sulla loro bocca e si confondessero a vicenda. Non volevano scegliere. Detestavano l'affermazione netta: coltivavano la cautela, la perplessità e l'incertezza, che ritenevano positive e feconde. Avevano una specie di allergia per la verità. Amavano mentire o, per meglio dire, trovare forme in cui verità e menzogna si accoppiassero, e la verità prendesse i colori della menzogna e la menzogna quelli della verità. Pensavano che una specie di nebbia servisse al loro potere. Nessuno di loro (tranne De Gasperi) parlò mai con chiarezza al popolo italiano, che qualche volta avrebbe desiderato sapere. E credo che, almeno per qualche anno, il popolo italiano abbia amato essere avvolto dalle lente e indescrivibili ragnatele, che dall'alto scendevano sopra di lui. La seconda debolezza era il denaro. Non pensavano che è una cosa indifferente: luccica, splende, poi se ne va, e se lo usiamo con gioia può rendere piacevole e divertente la vita. Avevano letto troppe scomuniche ecclesiastiche contro l'usura e la banca. Uscendo dalle loro modeste ed oneste catacombe, si convinsero che il denaro era il male. E per questo esercitava su di essi un'immensa, peccaminosa attrazione. Se dovevano gestirlo, lo affidavano a personaggi che non avrebbero potuto essere più infidi. Proprio questo prediligevano: il losco che avvolge il denaro. Così furono protagonisti di alcune farse esilaranti, che appartengono ai massimi capolavori della storia italiana: come l'affare Calvi, dove un banchiere vuota come un topo industrioso la banca della quale è amministratore, si mescola ai personaggi più abbietti, si confonde con prostitute, fugge, va a chiudersi in un residence inglese colle moquettes bruciacchiate dalle sigarette, e finisce impiccato a un ponte di Londra - senza perdere mai la sua venerazione per i valori cattolici.
I democristiani hanno governato questo paese per quasi cinquant'anni; e gli storici, che oggi hanno una banale passione per il periodo fascista, non si sono ancora occupati di loro. Forse è difficile raccontarli. Col passare del tempo, la loro matrice si è esaurita: quegli oratorii, quelle sacrestie, quelle scuole private hanno smesso di produrre una ordinata folla di democristiani; mentre l'Italia che essi amavano - il paese o la cittadina raccolti attorno alle parrocchie - scompariva. Hanno appreso troppo facilmente i vizi del popolo italiano. Hanno cambiato visi, sguardi, linguaggio. E, negli ultimi anni, il mio occhio desolato non riusciva più a distinguerli da tutti gli altri che occupavano la scena. Nel loro tramonto hanno avuto una specie di grandezza: si sono suicidati pubblicamente, accettando una legge elettorale che li condannava all'estinzione. Così sono piombati nel vuoto come un castello di carte.
Ora sono dappertutto: a destra, al centro, a sinistra, in compagnie che apprezzano poco. Non sappiamo quale sarà la loro sorte: forse si estingueranno, come il sale che a poco a poco si perde nell'acqua: le qualità che li distinguevano al primo sguardo si dissolveranno nell'atmosfera generale; e i pochi rimasti torneranno nelle catacombe. Oppure - ma mi sembra più difficile - contageranno tutti gli altri con la loro grigia grazia, con il loro ambiguo veleno. In questo paese, non sono mai stati veramente amati: eppure per cinquant'anni hanno espresso l'anima dell'Italia assai più dei fascisti e dei comunisti. Per questo il paese vuole dimenticarli: non desidera riflettersi nel loro specchio.
La Biennale di Venezia offre, come sempre, tanti spunti di riflessione sull'arte. Quest'anno l'artista Fulgenzia, fotografa trevisana, ha stupito pubblico e critica con l'opera dal titolo Trittico delle teste.
TESTA n.1
TESTA n.2
TESTA n.3
Metafisica allo stato puro, Fulgenzia, la nuova stella del firmamento artistico italiano regala a tutti tanta gaudenzia.
Dj Giorgio Luigi ha scoperto un nuovo eroe: Daniel Johnston. A voi la sua biografia e la canzone I had lost my mind.
Classe 1961, nato in California da una famiglia di fondamentalisti cattolici bigotti (che lo fanno entrare e uscire da istituti di sanità mentale), fuggito via a ventiquattro anni verso Austin (Texas), Johnston è già allora un inconfondibile "idiot savant": capriccioso, stravagante, eccentrico. Inizia a suonare su una chitarra giocattolo per poi passare, col medesimo primitivo istinto, al Chord Organ, sorta di mini organetto elettronico col quale il nostro inciderà interi dischi. Già nel 1980 con "Songs Of Pain" Daniel comincia a distribuire agli angoli delle strade il frutto del suo lavoro casalingo: si tratta di cassette autoprodotte dall'audio spesso incerto, pianoforte scordato e una voce acuta, instabile e naif. Proprio come i testi che scrive, cartina di tornasole di un'anima confinata nel proprio mondo di bambino/ostaggio nel corpo di un adulto. Johnston è un sognatore autoestromesso dai grandi sistemi della società americana (lavoro redditizio, moglie, figli, famiglia, ricchezza), un autore prolificissimo quasi mai venuto a patti col mondo reale, genuinamente "punk" anche quando quel termine aveva già perduto gran parte del suo stesso valore. Lentamente il suo seguito si allarga: dai curiosi agli addetti ai lavori (indicativo uno special che Mtv dedica alla scena locale di Austin anni ottanta e tra gli immortalati dal vivo c'è anche Daniel), dai musicisti che nutrono per lui un ammirazione che talvolta rasenta il feticismo (tra gli altri Butthole Surfers, Sonic Youth, Rem, Yo La Tengo, David Bowie, Pastels, Pearl Jam e Afghan Whigs), fino a testimonial d'eccezione come Matt Groenig, il creatore dei Simpson's. Persino Kurt Cobain amava vestire una t-shirt con un disegno di Johnston per le interviste. Quello che fino a poco tempo prima era rimasto un segreto ben mantenuto diventa un fenomeno che rompe gli argini ed è esportato oltreoceano. I dischi cominciano a essere incisi in maniera più professionale e rifinita (come "Fun" del 1994, per la major Atlantic, fino a "Fear Yourself" e "Rejected Unknown") anche se l'autore continua a mantenere un comico low profile che ormai calza come una seconda pelle: dice no alle proposte della Elektra perché ha paura che i Metallica lo uccidano; delude la Dreamworks (label di Steven Spielberg) che lo corteggia perché non vuole essere trasformato in un altro "E.T".
Inizia il countdown per la festa dell'anno: la laurea specialistica in lingue e letterature straniere della sorella porteña che Nannaré. Il 10 luglio, infatti, la giovine Nannarè manifesterà la propria sapienza difronte ad una commissione di attoniti docenti che, a bocca e orecchie spalancate, assorbiranno sapienza dalla voce della nostra sorella porteña. Non v'è dubbio che succederà tutto ciò, anche perchè il 10 luglio è giornata che, nel corso della Storia, ha regalato altissimi momenti, del tipo:
1992 - A Miami, Florida, l'ex leader panamense Manuel Noriega viene condannato a 40 anni di prigione per traffico di droga;
1997 - Londra, scienziati divulgano i risultati delle loro analisi del DNA di uno scheletro di Uomo di Neandertal, che supportano la teorie dell'evoluzione umana fuori dall'Africa, collocando l'Eva africana da 100.000 a 200.000 anni fa;
1998 - La Diocesi di Dallas concorda di pagare 23,4 milioni di dollari a nove ex-chierichetti che sostennero di aver subito abusi sessuali dall'ex-prete Rudolph Kos.
GREENLINE A PADOVA PART II: ANGELO BEOLCO DETTO IL RUZZANTE
Gli è uomeni de carne, com a' seom nu. E sì favela com a' fazom nu, mmo' malamen, com fa sti megiolari de fachinarìa che va con le zerle per la vila. Tamentre gi è batezè, e sì fa pan com a' fazom nu, e sì magna com a' fazom nu. E sì se marìa e fa figiuoli, puorpio com a' fem nu. (da Parlamento de Ruzante che iera vegnù da campo).
Greenline (in viaggio per voi) si trova a Padova e vi mostra la cappella degli Scrovegni, nota e arcinota cappella contenente affreschi di Giotto; ma il documentario di oggi fissa la sua attenzione sulla pietra dirimpetto alla cappella degli Scrovegni, una pietra con iscrizione in lingua cimbra che racconta la storia di una scrofa salvata da un bambino con uno straccetto bianco, o qualcosa del genere...Buona visione!
Dj Giorgio Luigi si trova a Padova a casa della celebre dott.ssa in lingue e letterature francofone Luiss Silvestre. Le chiediamo di dirci qualcosa sulla sua esperienza post universitaria ad un anno dalla laurea:
Sono passata dallo studio spensierato al lavoro oppressivo che non ti concede tempo libero per vivere e per cazzeggiare amabilmente come ai tempi dell'università. Sono persino costretta ad incastrare i momenti liberi per andare dalla parrucchiera, mentre dovrei stare con la mia amica donnaprassede a gozzovigliare in giro per Padova, nell'afa padovana. Meditate gente, meditate!
Ringraziamo caramente la giovine Luiss e la invitiamo a non preoccuparsi per la faccenda della parrucchiera, chè mentre lei si farà tagliare la folta chioma (il cespuglio) la sua amica donnaprassede se ne andrà da qualche parte a cazzeggiare!
BALLOTTAJE, pour homme et puor famme, purchè majorenne...
Conclusi i ballottaggi, dj Giorgio Luigi non ha intenzione di commentare i risultati elettorali (ma vuole complimentarsi con la mitica Puppato per il risultato raggiunto!). Non parliamo quindi di politica, bensì di eteronimia, portando alla vostra cortese attenzione i seguenti uomini politici, che si sono presentati alle elezioni - è evidente - utilizzando un eteronimo:
Michelangelo Enrico Trombetta
1.403
0,5
Lista Civica Lista Pigreco
Sergio Mariano Marino Marchi
7.592
41,8
Fortza Paris
La lista civica Pigreco del buon Trombetta non ha riscosso il successo sperato, mentre la lista Fortza Paris, del mirabolante Sergio Mariano Marino Marchi, ha permesso la scarcerazione della Hilton dopo soli 3 giorni di galera! GRan risultato...